Sono di questi giorni le non poche iniziative organizzate da varie associazioni a ricordo degli internati militari italiani catturati e deportati in Germania dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943.

Anche il Presidente della Repubblica ha celebrato il ricordo al Quirinale, in occasione della istituzione della prima Giornata degli Internati italiani nei campi di concentramento tedeschi.

L’evento trova la sua genesi dopo una storia rimossa negli anni del primo dopoguerra, che ha poi superato le nebbie dell’obblio, con le riconoscenze delle concessioni di medaglie al ricordo e di pose di pietre d’inciampo per non dimenticare.

Un intellettuale attivo nelle opere di salvaguardia dei diritti dei più deboli, ci fa osservare che

…la memoria non è solo un sanpietrino o una medaglia in più: è studio, confronto, fatica. È raccontare a chi dovrà ritrasmetterla, guardando ai nostri giovani, chi aiutò quando serviva (nomi, date, documenti), è andare oltre i pregiudizi, le ricostruzioni incomplete e di comodo, discutere le ambiguità, è collegare passato e presente usando tutte le fonti storiche, come insegnava Marc Bloch, senza retorica e senza sigle o colori politici o sindacali o associativi. Una città può lucidar targhe all’infinito e restare smemorata; oppure può usare quelle pietre come inizio della trasmissione del ricordo.  La memoria non è solo liturgia civile e commemorazione: elegante, innocua e utile solo per taluni che amano raccontare il dopo e non il prima. La memoria, fondata sulla storia nella sua complessità, è conoscere e diffondere il prima, per saper dare un senso al dopo.

Ispirandomi anche a questo richiamo, per studiare il “prima”, di un periodo storico talvolta mal raccontato, mi sono imbattuto in fondi archivistici non conosciuti o non ricercati dell’Archivio Storico Diocesano di Milano, che portano alla ribalta la straordinaria opera dell’Autorità religiosa milanese, inteso il beato Cardinale Idelfonso Schuster durante gli ultimi tempi del regime.

Ciò mi ha permesso, con una pubblicazione dal titolo: La Chiesa di Milano protagonista negli ultimi tempi di un regime – Edizione Quaderni di storia Esinese (consultabile integralmente a questo link)– volume non in commercio depositato in archivi, biblioteche e luoghi di studio, di allargare la conoscenza per aiutare a superare e correggere ricostruzioni incomplete. Quest’ultime prevalentemente frutto della non conoscenza delle fonti documentarie, che hanno ricondotto la Resistenza Cattolica a un solo ruolo ancillare del Movimento Partigiano.

L’aiuto è venuto anche dalle carte di monsignor Giuseppe Bicchierai, straordinario collaboratore del Cardinale, l’autentica mente politica dell’Arcivescovado e lo stratega che aiutò l’Arcivescovo nelle situazioni più difficili di quei tempi, anche nella ricerca e costruzione della trattiva di resa tra gli occupanti tedeschi e gli Alleati.

Questo ruolo strategico, assunto dalla Chiesa Milanese e ben documentato dalle carte d’archivio, confliggeva però con gli interessi di una parte politica del CNLAI che, come scrive Bicchierai “era spiacente che a Milano non si facessero le cannonate, che non scorresse sangue, che non vi fossero distruzioni e soprattutto vedevano di malocchio che una azione tanto benemerita di accordo dei belligeranti fosse compiuta dalla Chiesa. E in realtà se a Milano non vi fu combattimento, ciò fu dovuto alla resa effettivamente conclusa, anche se non perfezionata dagli atti, tramite l’Autorità Ecclesiastica”. Di tutto ciò non se n’è mai scritto.

Le ragioni di questo obblio, che poi influenzeranno la ricostruzione della storia – basti vedere i saggi scolastici – legittimano i dubbi di una rappresentazione delle verità incomplete e parziali, a danno della conoscenza che deve essere trasmessa ai giovani, perché ne continuino la memoria.

Per dare anche un contributo di allargamento della conoscenza sulla storia degli internati italiani, oggi argomento di attualità, riporto l’estratto del capitolo del libro.

Nessuno ha finora raccontato di quanto abbia fatto Schuster, con i suoi collaboratori e l’aiuto dei suoi parroci, anche per gli internati militari italiani. Non solo con aiuti umanitari, ma anche con un servizio di assistenza attraverso una rete di cappellani che era stata ben dislocata anche nei campi italiani di Fossoli e soprattutto di Bolzano e che veniva gestita, tra grandi pericoli, da monsignor Bicchierai.

Così, come nessuno ha mai raccontato la direzione di governo che i parroci della Chiesa Ambrosiana, sotto la guida del loro Vescovo, hanno saputo dare alle loro comunità non solo nel periodo della guerra, ma soprattutto durante la Resistenza e la Liberazione, quando uniche autorità riconosciute, ebbero un ruolo di pacificazione, di aiuto dei nuovi bisognosi e di indirizzamento delle scelte dei primi amministratori della Liberazione.

Per questo ruolo, per i sacrifici fatti, per i pericoli corsi, Schuster e i suoi preti sono degli enormi macigni d’inciampo per chi vuole conoscere la storia.

Valerio Ricciardelli

 

Ecco l’estratto dal libro La Chiesa di Milano protagonista negli ultimi tempi di un regime.

  1. La Chiesa a favore degli internati militari in Germania

Anche nei confronti degli internati italiani in Germania di cui nessuno se ne interessava, l’Arcivescovo di Milano si fece carico di intervenire per i loro bisogni con numerose iniziative. Trascrivo fedelmente quanto rinvenuto in alcune carte d’archivio.

L’Arcivescovo della grave situazione degli IMI ne fu anche informato dal Nunzio Apostolico di Berna l’unico canale di collegamento con la Santa Sede, che gli comunicava, secondo autorevoli informazioni pervenute alla Segreteria di Stato di Sua Santità, che “gli internati in Germania ormai quasi tutti trasformati in lavoratori, mancavano in modo impressionante di scarpe e di abiti invernali, e in grande quantità erano ammalati e deperiti e popolavano le infermerie degli Stammlager (i campi di prigionia tedeschi) e gli ospedali”.

Il Nunzio nella sua richiesta, “fatta a nome delle tante madri italiane che soffrivano nell’attesa angosciosa, comunicava che la Santa Sede rivolgeva calda preghiera al Cardinale di Milano perché, sollecitamente ed efficacemente, interessasse le Autorità italiane del Nord”, intendendo la RSI con a capo Mussolini, per gli opportuni rimedi.

Come è riportato nel documento trascritto, “Anziché interessare del triste caso le Autorità Repubblicane fasciste, come suggeriva e richiedeva il Nunzio, Schuster, che evitava al possibile di avere rapporti colla Repubblica Fascista di Salò, risolvette di farsi egli stesso l’iniziatore di una Crociata di carità per gli ex internati. Siccome tale iniziativa non poteva svolgersi senza il permesso del Capo del Governo, ossia Mussolini, egli lo interessò, come faceva in questi casi, per mezzo di Monsignor Corbella, Canonico di S. Ambrogio”.

Monsignor Corbella si mosse subito lo stesso giorno e inviò al Duce una lettera dove lo si informava di quanto era stato fatto pervenire dal Nunzio, su richiesta del Papa, e delle conseguenti immediate decisioni del Cardinale di farsi promotore lui stesso, presso i parroci della diocesi milanese, di una vasta raccolta di indumenti.

Prima di tutto ciò, l’Arcivescovo voleva però sapere dal Governo della Repubblica di Salò se vi fosse la possibilità di far giungere con urgenza e sicurezza questi indumenti agli internati. Non solo, ma il Cardinale indicava nella sua richiesta che essendo prossimo l’inverno con i suoi rigori, era necessario che Mussolini rispondesse con urgenza.

Nelle note del Cardinale si evince chiaramente che la sua intenzione non era di chiedere nessun permesso di intervento, come invece indicava il Nunzio, ma di agire immediatamente per conto proprio con l’aiuto dei parroci, e domandando al Duce solamente la garanzia – cosa alquanto insicura – che gli aiuti da inviare potessero essere, con certezza ed urgenza, recapitati agli internati.

Mussolini, a sua volta, fece rispondere immediatamente al Cardinale, compiacendosi per l’iniziativa della Chiesa, che si sarebbe associata secondo quanto scritto dal Duce, agli “ingentissimi sforzi fatti dalle Autorità della Repubblica Sociale Italiana” per ovviare alle deficienze di vestiario invernale per i lavoratori ormai chiamati ex internati in Germania. Di tutto questo avrebbe poi provveduto operativamente la C.R.I., il cui Commissario dottor Pagnozzi fu sollecitato dallo stesso Mussolini di mettersi immediatamente in contatto con il Cardinale, cosa che avvenne immediatamente il giorno successivo.

Che il Governo della Repubblica Sociale Fascista fosse a conoscenza dello stato pietoso in cui si trovavano i 600.00 lavoratori italiani internati in Germania, distribuiti in una sessantina di campi, è ben documentato in un “appunto” del Ministero degli Affari Esteri della stessa R.S.I., presente nelle carte di Schuster e meglio identificato come il documento n° 623. Nelle ultime righe vi è scritto: “Un’altra grande provvidenza realizzatasi in questi giorni per gli ex internati è l’appello rivolto al Clero Lombardo dal Cardinale Schuster per indire una raccolta di vestiario che verrà poi consegnato alla C.R.I. per la spedizione e distribuzione agli interessati”.

Quanto fossero invece gli aiuti forniti dal governo della RSI, definiti da Mussolini “ingentissimi”, non è dato da sapere, ma erano comunque assai scarsi e talvolta inesistenti o ripartiti tra Germanici e Fascisti e non indirizzati ai bisognosi.

Sempre in calce al documento, scritta a mano tra parentesi, c’è anche quest’altra nota: “Questo documento venne a riconfermare i timori delle nostre popolazioni, le quali non volevano affatto che i soccorsi inviati a nome dell’Arcivescovo andassero a finire in mano della Croce Rossa”.

Nei confronti della C.R.I. c’era infatti una grande diffidenza, e sempre tra i documenti del Cardinale troviamo ancora scritto: “Per superare le diffidenze dei cittadini contro la Croce Rossa e le Autorità Germaniche, troppo interessate ai loro bisogni, l’Arcivescovo avrebbe voluto che la spedizione della casse con indumenti e commestibili fosse eseguita a nome della Santa Sede e diretta al Nunzio Apostolico a Berlino (Mons. Orsenigo)”.

“Non ci fu verso però di ottenere tale permesso, ed i primi cinque vagoni di aiuti, partiti dalla stazione ferroviaria di Milano, dovettero senz’altro essere trasmessi al Consolato Italiano di Berlino per tramite della Croce Rossa e sotto i sigilli delle Autorità Germaniche, e non al Nunzio a Berlino. Fu negato altresì che qualcuno dei nostri sacerdoti accompagnasse la spedizione e ne curasse in Germania la normale distribuzione agli internati”.

Va detto, che a seguito delle richieste di aiuto del Nunzio a Berna, su incarico del Papa, il Cardinale intervenne immediatamente con una azione propria, tramite la pubblicazione della richiesta d’aiuto con una lettera sul quotidiano Cattolico, e in meno di un mese confluirono in Arcivescovado merce e danari per una cifra enorme di ben 25 milioni.

Dell’elenco della merce raccolta e della composizione delle singole casse c’è, sempre in archivio, una documentazione molto dettagliata, accompagnata dalla corrispondenza con le varie autorità e dalla successiva seguente nota che riportiamo.

ARCIVESCOVADO DI MILANO

Oggi, 16 dicembre 1944, sono state spedite:

  1. 440 casse di indumenti in cinque vagoni per Italiani in Germania; in alcune casse ci sono cibarie.
  2. 2 casse, che portano rispettivamente i numeri 359 e 360, sono per i Sacerdoti, perché contengono, oltre indumenti, anche biancheria da altare per la S. Messa: queste due casse sono segnate in rosso (Stemma Pontificio e indirizzo).

Abbiamo fatto di tutto per spedire ogni cosa direttamente alla Nunziatura Apostolica di Berlino, giacché eravamo informati che gli invii diretti all’Ambasciata italiana, venivano poi suddivisi in gran parte tra Germanici e Fascisti; ma la parte interessata non lo ha permesso. I vagoni, pertanto, muniti dei sigilli germanici e della C.R.I. furono diretti all’Ambasciatore d’Italia a Berlino. Dopo un mese, per il tramite della Nunziatura di Berna, il Nunzio di Berlino, ci assicurò di avere ricevuto le casse, ma senza altra dichiarazione. In seguito, più nulla; così che la nostra gente che si attendeva l’assicurazione che i loro soccorsi fossero realmente stati distribuiti ai loro cari, non poté più ricevere conferma. Evidentemente, Monsignor Orsenigo non poté favorirci   altre indicazioni. L’importo della spedizione supera i 25 milioni.

Ancora nelle carte dell’Arcivescovado troviamo scritto:

“Siccome le relazioni che giungevano in Arcivescovado circa i criteri di aiuti ai prigionieri in Germania erano poco rassicuranti, l’Arcivescovo più volte insisté, perché gli si concedesse d’inviare dei sacerdoti ai campi di concentramento per la distribuzione dei soccorsi da lui inviati. Inutilmente…”