Il 19 luglio ricorre il settimo anniversario della morte di mons. Bruno Colombo, il 20° parroco ufficiale nella cronotassi dei parroci esinesi. La cronotassi è l’elenco dei parroci che hanno retto la parrocchia e che ebbe inizio su disposizione del Cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, con la nomina del prete Giovanni Maria Bertarini, detto prete Penna, primo parroco permanente della parrocchia di Esino, dopo l’aostano Ugone di Valletta che giunse in terra esinese nel 1539 assieme al capostipite della famiglia Viglienghi.
Le ricorrenze, con i ricordi dei parroci che ci hanno lasciato, sono ormai quasi inusuali; la gente dimentica il loro nobile passato, le colonne della fede, e così si dimentica la storia della loro parrocchia e della comunità.
I ricordi, invece, servono ancora a mantenere viva la comunità di memoria, soprattutto nei territori disagiati e montani, che è sempre custode di un patrimonio di storia, di arte, di tradizioni e culture, spesso unico e profondo, di tesori di grandi valori e tante altre cose ancora.
È la ragione per cui si vuol ricordare anche don Bruno.
Don Bruno giunse a Esino nel 1965, sessanta anni fa, alla morte di don Rocca e vi rimase sino al 1979.
Entrò in seminario da ragazzo in età avanzata, quando stava già facendo il panettiere. Fu ordinato sacerdote dal beato Cardinal Schuster nel 1952 e iniziò il suo ministero sacerdotale a Rovello Porro per poi proseguire a Ozzero, quindi a Esino per poi chiudere ufficialmente il suo impegno come prevosto di Asso, nel cui cimitero sono state riposte le sue spoglie.
Nessun segno lo ricorda a Esino.
Fu costretto, per ragioni di salute, ad abbandonare anticipatamente le responsabilità di parroco, ma continuò a fare il prete con tanto impegno e fino alla fine della sua esistenza terrena, in quel di Bovisio Masciago, sua terra natale dove fu prezioso collaboratore dei parroci del luogo e punto di riferimento delle pastorali della famiglia.
Alle sue esequie partecipò una rappresentanza del corpo musicale esinese di S. Vittore Martire che accompagnò il feretro in chiesa, portandolo a spalla, così come sarebbe piaciuto a don Bruno, che sentiva in questo gesto simbolico, inusuale per i luoghi cittadini, l’atmosfera delle comunità di montagna, che lui ha sempre amato e il sentimento genuino dei montanari.
La morte di un parroco, nel passato, entrava con forza nella storia delle comunità dove aveva esercitato il suo ministero sacerdotale e diventava un pezzo della loro storia che si componeva con gli altri tanti pezzettini della storia dei predecessori.
E così, è stato anche per la storia della nostra comunità, dove si superavano le cronache o i fatti della quotidianità dell’epoca vissuta, per ricordare a tutti i fedeli, figli di un unico Padre, che la Chiesa è sempre in cammino, in ogni circostanza bella o brutta, in ogni periodo storico e quel cammino è il cammino della salvezza eterna, che dà il vero senso della nostra esistenza, superando le materialità degli eventi quotidiani.
Il racconto e il ricordo del pezzo di storia di un parroco, nella comunità dove ha operato, va quindi letto e contestualizzato nel periodo storico dell’epoca vissuta. Solo così si possono comprendere e discernere i segni della storia maggiore da quelli delle storie minori, che sono più frutto degli episodi della quotidianità e della cronaca.
Don Bruno giunge a Esino non ancora quarantenne, alla morte di don Rocca, dopo un lungo periodo in cui la parrocchia, per la malattia del suo predecessore, versava in uno stato di immobilismo rispetto alle necessità dei grandi cambiamenti epocali che stavano avvenendo.
Anche il paese stava vivendo un periodo di grande espansione per effetto di una crescita turistica di importanti proporzioni, stimolata da quello che veniva chiamato il miracolo economico.
Don Bruno faceva parte di quella avanguardia di giovani preti ambrosiani che si distinguevano per l’energia profusa, per il coraggio che applicavano nelle loro attività e per una grande generosità.
Era solito dire: ol pret l’ha da casciasela, se el se la cascia no, l’è no un pret.
E fu un prete che “se la cacciò”, sia pur in contesto molto diverso da quello in cui si era trovato il suo predecessore. E lo fece con un grande spirito di servizio fino a quando ebbe la consapevolezza che il suo apostolato non avrebbe prodotto più frutti.
Don Bruno era un prete nuovo, moderno per quei tempi, che non era stato influenzato dal vecchio modello di prete preconciliare, ma faceva parte di quella squadra di sacerdoti che era già pronta per applicare, con entusiasmo, le nuove direttive e disposizioni del Concilio Vaticano Secondo.
Fu quello un periodo storico fecondo e di grande cambiamento per la Chiesa universale, dopo il pontificato “rivoluzionario” di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano Secondo condotto con grande equilibrio da Paolo VI.
Due grandi pontefici, che hanno influenzato l’operato di don Bruno e che sono stati dichiarati entrambi Santi.
Le ripercussioni dei cambiamenti di quei tempi gravavano sulle diocesi e quindi su ogni singola parrocchia e non sempre la gente riusciva a comprendere il senso e il motivo di quanto stava avvenendo non comprendendo talvolta il nuovo modo di agire dei parroci.
Don Bruno capisce che a Esino andavano cambiate molte cose, soprattutto ravvivate o introdotte cose nuove per indirizzare la comunità sui binari di una modernità ecclesiale.
Fece demolire la vecchia canonica che versava in uno stato bisognoso di importanti restauri, facendone costruire una nuova staccata dall’edificio della chiesa e questa scelta che aveva anche delle sue ragioni, fu da alcuni non compresa e criticata, soprattutto tra chi era affezionato alla vecchia struttura urbanistica che teneva insieme la chiesa con la casa parrocchiale in un unico corpo.
Indirizzò dapprima il suo impegno sui giovani, che erano privi dell’oratorio e l’unico divertimento disponibile era il cinema, con le proiezioni nel salone del teatro all’asilo, così come sulla catechesi in preparazione ai sacramenti che era lasciata alla responsabilità delle suore, anch’esse ferme agli insegnamenti del vecchio catechismo di S. Pio X, non più coerente con gli insegnamenti del Concilio.
Con il suo decisionismo trasformò il vecchio camposanto dismesso, su cui sorgeva il dismesso Museo delle Grigne fondato e edificato da Rocca, nel nuovo campo di calcio, con lavori di scavo gravosi e superando qualche difficoltà e qualche critica nel far rimuovere il vecchio ossario comune sottostante il piano di scavo.
Fondò il centro giovanile CEBA (Centro esinese buona armonia) nella casa che fu del coadiutore, con un piccolo bar e una sala giochi per i ragazzi un po’ più grandi, affidandone la gestione alla loro diretta responsabilità. Don Bruno era solito delegare molte responsabilità ai giovani e cercava di dare loro fiducia, anche quando questo nuovo modo di agire non era ancora stato assimilato.
Tante furono le opere materiali onerose che affrontò con coraggio, denominando il progetto che aveva in testa: “La Grande Impresa”. Alcuni lo seguirono, altri che non compresero lo soprannominarono “don busta” per via della busta mensile che distribuiva per raccogliere le offerte. In ogni caso seppe districarsi tra le difficoltà economiche e non c’era ancora l’istituto per il sostentamento del clero, per cui doveva ripiegare su un beneficio ecclesiastico che con il tempo si era trasformato a ridotta redditività.
Si occupò con grande preoccupazione dei ragazzi che dovevano frequentare la scuola media di Bellano, costretti ad alzarsi molto presto al mattino per prendere l’unica corriera che scendeva a Varenna troppo presto e capì, prima di molti, gli effetti delle fatiche degli studenti per le alzatacce quanto fossero deleterie in una età importante della loro crescita. All’epoca non c’erano ancora le leggi sul diritto allo studio e le amministrazioni comunali non avevano nelle loro priorità l’istruzione e la crescita dei giovani per le quali le famiglie dei territori disagiati dovevano ricorrere ai collegi, con importanti oneri economici e sacrifici.
Don Bruno rivalutò la scuola di Bellano, una soluzione alternativa al collegio, acquistò allora un pulmino Ford e si incarico lui stesso, ogni giorno di portare i ragazzi direttamente a Bellano alla scuola media e di scendere a prenderli alla fine delle lezioni. Fu un sacrificio non di poco conto. Come talvolta accadeva, le sue decisioni, anche su questioni così complesse, superavano il limite delle normative imposte, in quanto don Bruno né era in possesso di una licenza pubblica di trasporto e nemmeno poteva sostituirsi ad un servizio di trasporto pubblico, sia pur inesistente o mal organizzato.
La sua provocazione sortì invece un effetto positivo e scosse le sensibilità dei responsabili.
Era uno dei suoi tanti modi di cacciarsela, e quindi di fare il prete.
Infatti, in pochi mesi venne organizzato un efficiente servizio pubblico più consono all’esigenze dei giovani studenti che dura ancora oggi.
Attivò un sistema di catechesi giovanile molto attrattivo, spesso supportata da seminaristi o da giovani sacerdoti che ospitava con grande generosità soprattutto nei mesi estivi. Nella stagione estiva, molto frequentata dai villeggianti, continuò la pastorale del turismo introdotta da don Rocca e menzionata addirittura in uno studio dell’Università Cattolica di Milano. Ospitò infatti sacerdoti importanti coi quali era solito confrontarsi sulle questioni più complesse che riguardavano la Chiesa, anche attraverso numerosi e profondi scambi epistolari con il suo arcivescovo, il Cardinal Colombo.
Fu un’abitudine che continuò anche quando divenne parroco di Asso, dove mantenne una stretta relazione con don Cesare Curioni, l’allora Ispettore Generale dei Cappellani Penitenziari, già cappellano di S. Vittore come don Melesi, e in epoca precedente incaricato da Paolo VI della mediazione, non andata a buon fine, con i brigatisti per la liberazione dell’onorevole Aldo Moro. Nello stesso periodo ebbe importanti frequentazioni con il Cardinal Martini, che fu spesso ospite a casa sua, dirimendo e intervenendo anche su questioni che stavano a cuore al Cardinale.
A Esino, appena giunto, si fece carico che all’Asilo, l’allora scuola materna condotta dalle suore del Cottolengo, arrivasse una superiora nuova, suor Teresina, che portava con sé già una esperienza di oratorio femminile in un grande centro, e diede a lei la delega di sovraintendere alle tante attività oratoriane che si crearono allora, anche a beneficio dei ragazzi, anticipando quello che divenne il modello di oratorio misto. La festa di Capodanno all’Asilo, con le suore e il parroco, divenne per la gioventù dell’epoca, l’appuntamento più atteso.
Fu quello un periodo fecondo per molti giovani, che nel complessivo clima di contestazione giovanile, trovarono nelle iniziative del parroco anche grazie agli educatori che sapeva coinvolgere, i giusti binari per contenere qualche esuberanza ideologica che talvolta si esprimeva con forti e animate discussioni.
Era solito stimolare i dibattiti, anche i più impegnativi, nelle frequenti agapi fraterne che organizzava a casa sua invitando i suoi giovani alla presenza di qualche prete novello o seminarista prossimo all’ordinazione sacerdotale.
E tutto ciò ha aiutato una crescita responsabile dei suoi giovani, con capacità di spirito critico, spesso colloquiando e interfacciandosi con i responsabili dei collegi cattolici dove erano alloggiati i ragazzi che proseguivano gli studi.
Aveva poi una concezione molto chiara del ruolo del cattolico nella politica e trovava passione nell’argomentare il suo pensiero con opinionisti diversi.
Era un fine intellettuale, la sua casa era ricca di libri e le sue omelie, soprattutto in alcune importanti occasioni, tra cui quella della ricorrenza degli Ognissanti che vedeva la chiesa gremita, erano di un livello elevato, non sempre comprensibili a tutti e spesso intercalate dalla sua inconfondibile espressione “diremmo vero” che era solito usare e ripetere per rimarcare con maggior attenzione il concetto che voleva esprimere.
Si adoperò spesso anche in catechesi giovanile impegnative, soprattutto con lezioni di introduzione alla teologia, per chi frequentava gli studi superiori, e se talvolta non erano pienamente comprensibili, lasciarono invece il segno dell’importanza nell’uomo di una formazione aggiuntiva che superasse quella scolastica.
Di suor Teresina, Superiora dell’Asilo, si fidava tantissimo, a lei delegava molte responsabilità educative per ogni fascia di età, e spesso ricordandola diceva: l’è come avegh un cugitor.
Il modo di operare di don Bruno, se pur poggiasse su una visione positiva delle cose che poi realizzava con energia e coraggio, non sempre ha trovato il pieno conforto dei parrocchiani, facendo talvolta scattare qualche critica che poi lui sapeva attenuare e ricomporre con un buon brindisi o una buona agape fraterna.
Va evidenziato che don Bruno fu un grande generoso, anche e soprattutto nello spirito.
Nel solco dei suoi predecessori, volle lasciare un segno tangibile con le grandi opere che sono consuete nella storia e nella vita delle comunità parrocchiali, esprimendo però la loro attualità contestualizzata ai suoi tempi.
Il concerto delle nuove campane, inaugurato l’8 maggio 1973 fu una di queste, e sicuramente tra le più importanti. La cronaca di quell’evento dalla fase decisionale alla sua realizzazione, ma soprattutto nei suoi significati, è descritta da lui stesso con minuziosità nel bollettino parrocchiale dell’epoca.
La stessa cosa fu il nuovo portone di bronzo della chiesa, frutto di una intuizione geniale che prevedeva che l’opera fosse il completamento naturale della grande opera della via Crucis di Michele Vedani.
Infatti, se da un alto la via Crucis del Vedani, porta scolpita nelle opere delle cappellette non solo la passione di Cristo ma la sua rappresentazione artistica nelle sfaccettature dei vari personaggi, così don Bruno volle che il nuovo portone di bronzo, nelle forme dell’arte del momento, rappresentasse la continuità del martirio della Chiesa. E non ci poteva essere soggetto più adeguato che il racconto del martirio di San Vittore, patrono della Parrocchia, accostandolo alle sofferenze quotidiane della Chiesa, per ricordare a tutti i fedeli, che in ogni vicissitudine, si è sempre un popolo in cammino.
La descrizione dei significati delle formelle del portone di bronzo è ben spiegata nelle carte conservate nell’archivio parrocchiale.
In occasione della festa delle nuove campane nel 1973, don Bruno si fece carico anche di ricostituire il vecchio corpo musicale che da tempo non suonava più e per garantirne la sopravvivenza scelse di metterlo sotto la protezione di S. Vittore.
Fu lui che ebbe il merito, dopo la nomina del generale Enrico Mino, nato a Esino, a Comandante dell’Arma dei Carabinieri, di costruire un rapporto di grande frequentazione e cordialità, purtroppo interrotto per la morte inaspettata e sospetta di Mino nell’incidente con l’elicottero a Girifalco in Calabria.
Enrico Mino, nacque a Esino nell’aprile del 1915, figlio del medico condotto di allora che viveva in alcuni locali dell’asilo dati in affitto e destinati ad abitazione del medico. Frequentò l’asilo con gli esinesi di quell’epoca fino al 1919 quando si trasferì in altro paese. Cresciuto fece una importante carriera militare fino alla nomina di Comandante Generale dell’Arma. Dopo l’incidente mortale don Bruno si fece carico che i resti mortali riposassero a Esino, dapprima nel cimitero e poi collocati nell’attuale sacrario.
Negli ultimi anni del suo ministero don Bruno spese le sue energie a servizio della sua parrocchia natale e della comunità pastorale di Bovisio Masciago, occupandosi spesso delle catechesi, in cui era molto bravo soprattutto nel comprendere interpretare e dirimere questioni complesse. Il suo agire era già sintonizzato con le modalità di catechesi di Papa Francesco e fu quindi precursore di un nuovo modo di essere Chiesa dove, al di là degli orpelli della religione, la sua preoccupazione era solo l’annuncio del Vangelo.
E questa semplicità ecclesiale lo accompagnò anche negli ultimi giorni della sua vita, dove con gratitudine ringraziò tutti dei beni ricevuti e delle cure premurose dicendo: ho visto tanti preti morire in solitudine, io invece sono qui con tante persone che si curano di me.
E l’ultima sua catechesi, ricordata dal nipote Giovanni, è stata proprio l’insegnamento a chi l’ha accudito e chi gli ha fatto visita nei suoi ultimi giorni su come ci si dovesse preparare alla morte. Al parroco che lo visitò l’ultima volta gli indicò un ideogramma cinese su un quadretto appeso alla parete e gli disse: sa cosa significa quell’ideogramma? Dio è la mia casa, la mia casa è Dio; poi alzò le braccia verso il cielo e sussurrò: sono qui, come a dire: sono pronto.
Spirò giovedì mattina 19 luglio 2018 verso le 11, per rinascere nella Chiesa di Cristo risorto al cielo.
Valerio Ricciardelli
