ESINO LARIO – È abbastanza inconsueto, ma è quello che è successo, che un cittadino nostro columnist, sia pur considerato grande esperto di politiche scolastiche interconnesse con l’economia e il mercato del lavoro, debba scrivere ad alcuni parlamentari che si dovrebbero occupare di scuola, rendendo loro evidenti alcune note sullo stato delle riforme in corso che interessano l’istruzione tecnica e professionale e i percorsi ITS.

Il documento che è stato prodotto è molto articolato, e si trova in questo pdf:

> Note sulle riforme dell’istruzione tecnica e professionale e ITS

Intervistiamo quindi l’autore – l’ingegnere originario di Esino Valerio Ricciardelli –  per chiedere ragione di questa iniziativa.

 

Ing. Ricciardelli, da dove prende origine questa sua iniziativa?

Avevamo già fatto percepire, un po’ di tempo fa, che stava giungendo l’ora per fare un primo bilancio delle riforme che erano in gioco, e le considerazioni che ne derivano devono essere rivolte innanzitutto a coloro che hanno titolo e responsabilità per occuparsene, quindi anche i parlamentari ai quali è destinato il mio documento.

Ora è il tempo giusto, perché nelle prossime settimane più di 500mila giovani si iscriveranno alle scuole superiori e di questi circa il 45% si indirizzeranno verso l’istruzione tecnica e professionale, un pezzo del nostro ordinamento scolastico importantissimo, sul quale stiamo scrivendo da tempo, anche perché sono attivi due “cantieri” di riforma: la famosa 4+2 e la non conosciuta ma molto più importante, secondo me, riforma dei percorsi quinquennali. In più, ci aggiungerei anche la questione degli ITS.

Lo stato dell’arte di queste riforme ha bisogno di essere raccontato partendo dai dati e interpretando la situazione che sta dietro i numeri, almeno per vedere se ciò che si sta facendo è quello che serve al Paese.

È comunque sempre vero che, anche qualche osservazione magari mal gradita dai manovratori e riformatori, potrebbe aiutare ad allargare gli orizzonti attuali, facendo conoscere queste cose anche ai politici che se ne dovrebbero occupare. È lo spirito di ciò che abbiamo sempre fatto.

Da dove iniziamo?

Il ‘Marco Polo’ a Colico

Innanzitutto con una nota di incoraggiamento locale, apprezzando il nostro territorio che è, perlomeno per quanto riguarda l’istruzione e la formazione, un’isola felice con un buon sistema di istruzione tecnica e professionale e un consolidato e efficace rapporto con il mondo economico locale. Se possiamo dare un consiglio dobbiamo solo incentivare maggiormente l’iscrizione alle scuole tecniche e professionali, rendendo attrattive le professioni tecniche in tutte le loro articolazioni, perché l’economia del nostro territorio ne ha tanto bisogno e l’istruzione tecnica e professionale anche se non è percepito dall’opinione pubblica, è la leva strategica per sostenere l’economia e il welfare.

Però dobbiamo anche dire che se il territorio è un’isola felice, una rondine non fa primavera e nemmeno poche rondini, indicando che non sono poi così diffuse le isole felici. Torniamo quindi alla situazione nazionale.

 Cosa è cambiato rispetto alle ultime notizie che abbiamo dato?

Il lettore interessato può leggere quello che ho scritto ai parlamentari. È un documento lungo ma molto argomentato, anche perché ho preso visione di alcuni dati presenti nella legge di bilancio che aiutano a comprendere la situazione.

Faccio di seguito una sintesi partendo da una premessa. Ci sono due certezze inoppugnabili: la prima è che con tutte queste riforme fatte o non fatte, giuste o sbagliate, ITS compresi, sono stati spesi tantissimi soldi, alcune volte dove l’obiettivo sembrava fosse quello di spendere in fretta per non perdere i contributi. Però, non abbiamo una idea di quelli che saranno i ritorni dei soldi spesi. La seconda certezza è che adesso i soldi stanno finendo, perché il PNRR è in esaurimento e la programmazione futura deve tornare ad essere finanziata con i limiti della “coperta corta”.

Sulla riforma 4+2 abbiamo già scritto. È una riforma, di cui non abbiamo capito le ragioni, che si rivolge a qualche migliaio di iscritti e non è ancora completa perché manca anche la struttura di attuazione. Al più, potrebbe essere considerata un piccolo intervento di aggiustamento dell’istruzione professionale per le tante regioni che non hanno la formazione regionale quadriennale. Nella legge di bilancio sarebbero previsti 5300 iscritti alla 4+2 nel 2026, 6200 nel 2027 e, con uno slancio di ottimismo probabilmente del legislatore, 10 mila nel 2028. Numeri assolutamente irrisori, che probabilmente sottintendono anche una poca convinzione nella necessità di questa riforma da parte del legislatore, che magari ancora non riconoscerà, anche se verrà di nuovo pubblicizzata nelle prossime settimane.

Quindi la 4+2 è qualcosa un po’ come il liceo del made in Italy?

Quel liceo, e lo abbiamo scritto tante volte, è proprio un percorso di studi assolutamente inutile, nato probabilmente da una visione ideologica. Il Paese non aveva bisogno dell’istituzione di un liceo nuovo denominato del made in Italy, bensì di un sistema di istituti tecnici per il machinery del made in Italy, ben definiti come più volte ho scritto e distribuiti nelle regioni industriali.

Tra l’altro, il libro verde che aveva predisposto il Ministero delle Imprese e del made in Italy e che avrebbe dovuto essere trasformato in un libro bianco, ossia nel Piano nazionale industriale del Paese al 2030, e che avrebbe dovuto essere pronto per lo scorso febbraio e mai pubblicato, individuava bene l’importanza della meccanica strumentale nella nostra economia, che è la parte effettiva e predominante del made in Italy; quindi l’oggetto principale del nostro export che anche a seguito dei dazi trumpiani deve trovare nuovi mercati. Per sostenere quindi il made in Italy, servono nuovi saperi e competenze adeguate di carattere tecnico e commerciale, che possono provenire solo da un istituto tecnico del made in Italy e non certo da una scuola liceale. Ho già scritto argomentando con più dettagli in altre occasioni.

Ma oltre la 4+2 e il liceo del made in Italy cosa bolle in pentola?

Il ministro Valditara

Al di là dell’argomento ITS, di cui dirò dopo, si è iniziato a preparare quella che avrebbe dovuto essere la vera riforma dell’istruzione tecnica degli istituti quinquennali che interessa  tutti gli studenti iscritti a questi percorsi. Quindi non si è capito per quali ragioni si è voluto invece dare vita e precedenza alla riforma 4+2, che come abbiamo evidenziato riguarda solo qualche migliaio di studenti. La riforma degli istituti quinquennali è appena iniziata in questi giorni, e ci sono tutti i presupposti per dedurre che proseguirà con un profilo molto basso, con il solo aggiustamento dei contenuti curricolari, mentre avrebbe dovuto essere la riforma “madre” di tutta l’istruzione tecnica.

La cosa è incomprensibile, ma nessuno ha battuto un colpo.

Chi non ha battuto un colpo?

Ovviamente tutta la politica. La scuola è un argomento no partisan, e i percorsi dell’istruzione tecnica e professionale sono cose molto complesse che vanno affrontate con le competenze giuste e richiederebbero un ministero appositamente dedicato. Lo abbiamo detto tante volte, e se non c’è dialogo tra governo e opposizione, almeno queste ultime, che hanno avuto anche due ministri dell’istruzione nei precedenti governi, facciano conoscere le loro posizioni intervenendo con delle proposte o osservazioni concrete alternative o correttive o integrative. Ce n’è bisogno. Insomma dicano la loro visione, le loro idee su questi argomenti così importanti, invece non esprimono delle proposte alternative. Per esempio, anche sugli ITS non stanno facendo nessuna valutazione, e ce ne sarebbe bisogno, perché forse non guardano i dati del monitoraggio Indire e non hanno ancora visto la finanziaria.

E cosa c’è in finanziaria sugli ITS?

Innanzitutto gli ITS sono la “scommessa” della nostra istruzione terziaria professionale di cui avremmo tanto bisogno, e che è offerta ai nostri diplomati in alternativa ai percorsi universitari per formare quei profili professionali assolutamente necessari alla crescita della nostra economia. Per mettere in condizione di decollare bene questo sistema di istruzione degli ITS ci si è avvalsi dei finanziamenti di un PNRR apposito finanziato con ben 1,5 miliardi di euro, di cui 500 milioni in attrezzature e laboratori. Per capire meglio la dimensione di questa alternativa alla scelta universitaria, dobbiamo anche evidenziare che i diplomati all’anno della scuola superiore sono un po’ di più di 500 mila, di cui più di 300 mila si immatricolano all’università mentre gli iscritti stimati dei prossimi ITS, supponendo che siano ancora pienamente finanziabili, sono poco più di 20 mila, quindi una cifra assolutamente irrisoria. In più, coloro che terminano il percorso ITS e si diplomano sono all’incirca 15 mila con un tasso di abbandono del 27% e di questi 12 mila risulterebbero occupati dopo 12 mesi dalla fine del corso, di cui però solo 4 mila circa con contratto a tempo indeterminato, mentre tutto l’altro resto è precariato.

Di fronte a questi numeri la politica dovrebbe perlomeno farsi qualche domanda. O non abbiamo bisogno di questi diplomati, visti i risultati prodotti, cosa che escluderei come ho scritto tante volte, oppure c’è qualcosa nel sistema complessivo che non torna e bisogna metterci mano; sempre al netto delle buone eccezioni. Le osservazioni con maggiori dettagli si possono comunque leggere nel documento che ho prodotto.

La questione invece da comprendere bene è, se dopo il PNRR, ci saranno ancora soldi sufficienti per finanziare l’effettivo fabbisogno degli ITS. Dalle cifre messe in finanziaria per il triennio 2026-28 sembrerebbe di no, e le argomentazioni che sollevo sono riportate nel documento che ho prodotto, dove metto di nuovo in evidenzia alcune gracilità di questa istruzione terziaria professionale così strategica, che è stata pensata male, cosa di cui ho scritto più volte, e quindi ha bisogno di urgenti misure correttive. Anche perché, il peggior concorrente degli ITS sono le decine di migliaia di nostri bravi giovani, con voglia di protagonismo e di costruirsi un futuro di speranza, che ogni anno se ne vanno dall’Italia. E questi giovani che emigrano sono in forte aumento, perché rimanendo in patria le loro prospettive occupazionali si identificano nel precariato.

Cosa succederà in questo clima di non certezze?

Innanzitutto il quadro della nostra economia industriale sta cambiando e non in meglio. Finiti i soldi del PNRR si dovrà, come suggeriva il grande scienziato Rutherford, tornare a pensare.

Nel frattempo, nelle attività di orientamento e di promozione scolastica delle prossime settimane, gli attori, i beneficiari e i destinatari dovranno districarsi e discernere tra i dati di realtà, ammesso che si conoscano, la non conoscenza della realtà, la mistificazione della realtà e magari anche la propaganda. Non sarà semplice, ed è la ragione per cui sollecito da tempo una presa di posizione di tutte le forze politiche perché si allarghino gli orizzonti della discussione. L’istruzione tecnica e professionale deve essere una delle leve strategiche per sostenere la nostra economia, per creare una buona occupazione non precaria e con salari dignitosi e per preservare il nostro welfare. Ho scritto un saggio appositamente per argomentare l’importanza e la necessità di un sistema di eccellenza di istruzione tecnica nel Paese che è la seconda manifattura in Europa. È interesse di tutti avere un’istruzione di eccellenza, e se non lo fosse, di stimolare dei dibattiti pubblici che finora non ci sono mai stati, per creare le giuste attenzioni.

Ma pensa che si possa fare?

Bisogna insistere a continuare a parlarne. Anche se il Censis nel 2023 indicava che “la società italiana sembra affetta da un sonnambulismo diffuso in un sonno profondo quando si dovrebbero affrontare dinamiche strutturali di lungo periodo per mettere mano ad alcuni processi economici e sociali che sembrano rimossi dall’agenda collettiva del Paese”. Beh, in tal caso dobbiamo fare in modo che i dormienti si sveglino.

E una volta svegli, cosa dovrebbero fare?

Sicuramente ci sono tante cose da fare, non certo ricette miracolistiche.

Però, guardando le cose un po’ più dall’alto, come ho già detto, serve un Ministero per l’istruzione tecnica e superiore, dedicato per occuparsene. Non possono essere ricondotti questi argomenti, che hanno una dimensione non solo scolastica ma anche tecnica, economica, sociale, nel mare magnum del Ministero dell’istruzione che si deve occupare di tutti i problemi della scuola, compresi anche quelli di carattere educativo, che sono prioritariamente all’attenzione dei dibattiti parlamentari di questi giorni.

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