“I ruoli si sono invertiti: nel 2013 ha voluto vedere una mia quadrantectomia con biopsia del linfonodo sentinella.
In silenzio, come aveva voluto, se n’è andato.
“Promettimi che non verrai al mio funerale, perché ai funerali la gente chiacchiera d’altro” mi ripeteva spesso.
“Non posso professore” rispondevo.
Comunque ha risolto il problema in modo radicale, abolendo il proprio funerale.
Scelta drastica, perfettamente in linea con la sua razionalità chirurgica.
Si, perché il Professore era un chirurgo, un ottimo chirurgo.
L’avevo conosciuto da studente quando al secondo anno ho iniziato a frequentare l’Ospedale di Gravedona.
Ricordo che, la prima volta che ero in sala operatoria, al termine di un’amputazione, si girò chiedendo “dov’è quello studente!?” e mi mise in mano la gamba appena amputata, per verificare le mie presunte attitudini chirurgiche.
La presi e gli chiesi “e adesso dove la metto?”
“Dove vuoi!” rispose un po’ seccato per il mio mancato svenimento.
Poi l’ho avuto come Primario quando neolaureato ho iniziato a lavorare nel suo reparto.
E da allora è stato il “mio primario” per tutta la vita, anzi, come gli dicevo, il mio vero primario.
A lui devo tanto perché mi ha insegnato tanto, perché valeva tanto.
Ancora oggi i suoi consigli chirurgici sono preziosi e validi, nonostante l’evolversi della chirurgia, consigli che cerco di trasmettere ai miei assistenti e ai miei allievi dell’Accademia.
Dalla Clinica Chirurgica dell’Ospedale Universitario di Milano, diretta dal Prof Oselladore, era arrivato sul lago negli anni ’60, chiamato dalle Suore Adoratrici per creare il reparto di chirurgia e traumatologia del nuovo ospedale che stavano costruendo.
Ha lavorato tanto e ha operato tanto. Erano altri tempi.
Sul campo operatorio era preciso, pulito e meticoloso, quasi maniacale; ogni gesto era pianificato e aveva un perché.
Era contento che la gente lo chiamasse semplicemente “il Ferraboschi” mentre i suoi storici e fedelissimi infermieri erano chiamati “il signor Felice” e “il signor Pierino”.
Incuteva soggezione in tutti, era il suo stile. Questa soggezione, la vivevo ogni volta che decidevo di chiamarlo per un’urgenza, sempre con la paura di sbagliare.
Ero infatti costantemente in turno con lui. Questo da una parte è stato stressante ma dall’altra mi è stato utilissimo perché mi ha insegnato a gestire le urgenze.
Aveva comunque un singolare lato positivo in estate, perché mi “costringeva” ad andare in ferie nelle stesse settimane che sceglieva per lui, ed erano sempre settimane ben scelte.
Quando, dopo un periodo di affiancamento con i colleghi più esperti, decise di promuovermi Medico di Pronto Soccorso (allora le guardie erano di 24 ore!), mi sottopose ad un esame che non superai. La domanda era semplice “Cosa fai se ti arriva un infarto?”
Risposi sciorinando tutto quello che sapevo: esami diagnostici, farmaci, con relativi effetti collaterali, gestione delle possibili complicanze ecc.
Se si fosse trattato di un esame universitario avrei preso un altro trenta e lode, ma con il Prof fui bocciato perché la risposta esatta era “devi chiamare il Battaglia (primario medico e cardiologo, altro grande dimenticato)”
E questo è stato un insegnamento immenso!
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PAOLINO FERRABOSCHI – Biografia
Nato a Milano il 20 giugno 1925, deceduto a Gravedona il 3 giugno 2021.
Laureato in Medicina e Chirurgia il 3 novembre 1949 con 110 e lode, Università di Milano.
Specializzazione in Chirurgia il 23 luglio 1954, Università di Bologna .
Libera Docenza in Clinica Chirurgia Generale e Terapia Chirurgica conseguita nel 1958.
Primario di Chirurgia e Traumatologia dell’Ospedale Moriggia-Pelascini di Gravedona.
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Con la scusa della mia scarsa confidenza con l’acqua, sono sempre riuscito ad evitare di essere imbarcato come mozzo sulla sua barca a vela, ruolo che toccava inevitabilmente al mio amico e collega dr Gradinati.
Comunque ogni lunedì, in sala operatoria, dovevo ascoltare il racconto della regata della domenica, accompagnata sempre da ricorsi ben circostanziati (perché conosceva il regolamento velico come fosse un testo di chirurgia), diretti contro le solite manovre scorrette degli altri equipaggi, che gli avevano defraudato la vittoria!
Negli ultimi anni ogni tanto mi telefonava per chiedermi qualche chiarimento su una notizia scientifica che aveva letto, perché in questo è sempre rimasto un curioso, o per chiedermi come andava in ospedale. Ripensandoci erano scuse per sentirmi.
Puntualmente si complimentava con una punta d’orgoglio per i miei traguardi raggiunti.
Penso che questo sia la vera soddisfazione per il Maestro mentre per l’allievo sia il vero significato del quarto comandamento “onora il padre e la madre”, includendo nel concetto di padre anche chi ti è stato Maestro, come è ben specificato nel Giuramento di Ippocrate, spesso dimenticato, che chiede di “tenere chi mi ha insegnato quest’arte in conto di padre”.
Ogni tanto accennava, con uno scetticismo sempre più incerto, a cosa ci aspetta dopo la morte, aggiungendo che “ne dovremo parlare”.
Una volta, al telefono, mi chiese di fargli un piacere: “devi darmi del tu”.
“Non posso professore” avevo risposto ancora.
“Capisco, ma dimmi almeno se mi vuoi bene”.
“Si le voglio bene, lo sa”.
E continuo a volergliene”.

Giorgio M. Baratelli – chirurgo senologo

Direttore unità di senologia ospedale di Gravedona
Membro Comitato Scientifico Accademia di Senologia “Umberto Veronesi”
Presidente LILT di Como

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