Verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso, i cardiologi americani D.C. Jenkins, R.H. Rosenman e M. Friedman ipotizzarono che “uno dei fattori eziologici indipendenti della malattia coronarica fosse una specifica modalità comportamentale ed emotiva di rispondere a certe sollecitazioni ambientali” (Molinari, Compare & Parati, 2006). Era stato infatti osservato che i fattori di rischio tradizionali per la malattia coronarica non erano sufficienti a spiegarne l’incidenza che in quegli anni era in considerevole e, apparentemente, inspiegabile aumento.

Inizialmente la ricerca di focalizzò sull’identificazione delle caratteristiche utili a descrivere il comportamento di “Tipo A” (Type A Behavior Pattern – TABP), caratterizzato da rabbia, ostilità, impazienza, fretta di raggiungere l’obiettivo, smania di successo, linguaggio esplosivo, urgenza e specifiche caratteristiche motorie. La peculiarità del TABP è la ricorsività di questi comportamenti nel tempo. Di per sé, al di là della spiacevolezza che certe manifestazioni comportamentali possono comportare, il TABP non sarebbe nemmeno troppo problematico per il soggetto, se non fosse per via del fatto che costituisce un fattore di rischio per la malattia cardiaca. Le manifestazioni comportamentali associati alla personalità di tipo A sono infatti considerabili come le basi della condizione di cronicizzazione dello stress, che agisce sull’organismo apportando delle considerevoli conseguenze dal punto di vista biologico e funzionale.

I primi studi significativi relativi alla correlazione esistente tra il TABP e la malattia cardiaca iniziano a prendere corpo intorno alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando la pubblicazione dei risultati finali del Western Collaborative Group Study (WCGS) sottolinea come “i soggetti classificati come tipo A avevano una probabilità doppia rispetto a quelli classificati come tipo B di avere una diagnosi di angina pectoris o un infarto del miocardio” (Molinari, Compare & Parati, 2006, p.143). Nel 1980 il Framingham Heart Study dimostra come il punteggio ottenuto alla Framingham Type A Scale, questionario autosomministrato finalizzato all’identificazione della presenza della personalità di tipo A, conferma che quest’ultima risulti effettivamente essere un predittivo indipendente della malattia cardiaca, di insorgenza di infarto miocardio e di diagnosi in angina pectoris.

Negli anni seguenti si susseguirono una serie di studi che disconfermarono questa ipotesi e, parallelamente, gli studi finalizzati a confermarla fallirono. Si giunse quindi a concludere che, sebbene il TABP potesse essere considerato un fattore di rischio per la malattia cardiovascolare, esso non sembrava significativamente predittivo di morbilità e mortalità, ma si indentificasse come legato ad altri fattori di rischio tradizionali oppure a pregresso evento cardiaco.

Gli studi sul TABP vennero così accantonati, ma l’idea relativa alla possibilità che un tratto di personalità fosse correlato in modo significativo con il quadro clinico della patologia cardiaca permase.

Nel 1996 Johan Denollet introdusse il concetto di personalità di tipo D (Distressed Personality) descrivendola, letteralmente, come “personalità angosciata”. La personalità di tipo D si può definire come la tendenza a adottare una visione pessimistica della vita, a percepire costantemente stati ansiosi associati a preoccupazioni eccessive o costanti, una predisposizione all’infelicità e ad esperire minori emozioni positive, e a manifestare invece una maggiore irritabilità. Le persone con personalità di tipo D tendono ad evitare di condividere le emozioni negative con altre persone, a causa del timore di ricevere rifiuto o disapprovazione proprio in ragione di ciò; inoltre manifestano anche la tendenza ad avere un ridotto numero di amicizie e a trovarsi in uno stato di tensione in presenza di estranei.

Tra le principali implicazioni si rileva come la personalità di tipo D sia in grado di influire significativamente sulla modalità con cui il paziente fronteggia il decorso patologico. È infatti risaputo che un vissuto caratterizzato da costanti emozioni negative non adeguatamente gestite, ostacoli largamente la possibilità di fronteggiare in modo funzionale la malattia fisica. Bisogna inoltre tenere in considerazione che il distacco sociale, quando presente, riduce drasticamente le possibilità di sopravvivenza del paziente alla malattia cardiaca prescindendo dal grado di severità della stessa.

Diversi studi (Denollet, Sys & Brutsaert, 1995; Denollet et al.,1998,) hanno confermato la correlazione tra personalità di tipo D e una prognosi cardiaca negativa, affermando come la personalità di tipo D risulti essere associata ad un rischio di morte per evento cardiaco nettamente superiore al quanto avvenga in sua assenza. Inoltre, è stato evidenziato come anche nei casi di infarto non fatale la personalità di tipo D si sia rivelata un fattore predittivo nel 30% dei casi, oltre che costituire un fattore significativo nell’incremento del tasso di mortalità.

Dott.ssa Elisa Tagliaferri – Psicologa

(Ordine degli Psicologi della Lombardia, n. 22232)
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