La storia. Mandello: Cristina e quell’ “impronta” della placenta

10 Novembre 2020 | Cultura, Lario, Mandello

MANDELLO DEL LARIO – Cristina Curioni, 28enne mandellese, è ostetrica da tre anni e mezzo all’Ospedale San Leopoldo Mandic di Merate.

Il suo più grande sogno fin da piccola è stato fare l’ostetrica: “Quando avevo tre anni nacque mia sorella minore Daniela, ero molto felice e fui io a scegliere il suo nome. Mi piaceva stare con lei e ‘curarla’, mi faceva sentire grande” racconta Cristina.

Stai facendo una cosa bella in questi giorni in ospedale, vuoi spiegarcela?
“In sala parto applichiamo sulla placenta dell’inchiostro e lo facciamo asciugare su un foglio di carta, che poi viene consegnato alle mamme. L’impronta della placenta è un rituale per dare a quest’organo magico la sacralità che merita. Non importa in quale parte del mondo nasciamo, se vivremo in un palazzo d’epoca, in una villa con piscina, in una capanna oppure in un igloo, in una casa calda e silenziosa o in una fredda e caotica… se avremo una mamma amorevole o una mamma che affiderà la nostra crescita ad un’altra mamma. La placenta sarà sempre la nostra prima casa, fonte di nutrimento, radice e origine di ognuno, geneticamente uguale a noi, unione con nostra madre. Una casa diversa ma uguale per tutti, da sempre e per sempre”.

Una cosa insolita, questa. Cosa significa per te?
“Rappresenta un ricordo indelebile, per dare importanza a quest’organo così velocemente dimenticato ma che rimarrà l’unica vera casa che ogni donna avrà per sempre in comune con il proprio figlio, qualunque sarà la sua strada”.

Come è cambiato il vostro modo di assistere al parto in questo periodo?
“Sicuramente ci dobbiamo ‘bardare’ con tutte le protezioni del caso. Ma proteggersi in sala parto è impossibile. La testa mi dice proteggiti, ma non il cuore. Se ci si mette il cuore, ci si dimentica di mantenere le distanze. A volte mi sento in colpa a usare i guanti che annullano il potere del calore delle mani, perché in certi casi quel calore potrebbe essere una medicina!“.

Nel tuo lavoro in sala parto i gesti e le parole di incoraggiamento sono d’aiuto alle donne, con la mascherina come fate?
“Mi dispiace nascondere il mio sorriso, che so potrebbe essere incoraggiante per qualche donna, ma la mascherina me lo impone. Allora cerco di sorridere con gli occhi perché una soluzione va trovata. Ci dicono giustamente che, per proteggerci, la mascherina la dobbiamo tenere tutti ma per una donna che sta partorendo, a volte è impossibile. E noi siamo lì, e il metro di distanza non ce lo possiamo permettere”.

Quando vedi venire al mondo un bimbo sarà una grande emozione, quella non è cambiata anche se c’è la pandemia?
“In quel breve istante possiamo dimenticarci del Covid, c’è una cosa più importante, una nuova vita che si affaccia sul mondo. La gioia di una nuova nascita supera le barriere dei camici, mascherine e visiere e questi bambini così forti meritano di vedere, prima o poi, i sorrisi del mondo”.

I. B.