Arimortis, spesso abbreviata in arimo (o più raramente in arimus) era un’esclamazione, utilizzata dai bambini durante i loro momenti di gioco collettivo (come nascondino, ruba bandiera, palla avvelenata, mosca cieca), per chiedere una sospensione del gioco stesso a causa di un imprevisto quale una stringa slacciata, la pipi da fare, il richiamo della mamma per la merenda o i compiti.

Era una parola diffusa prevalentemente in Lombardia nelle province di Milano, Brescia, Bergamo, Como, Varese, Brianza e Mantova, e anche in Emilia (Reggio Emilia).

La sospensione istantanea ottenuta con arimortis faceva sì che tutti i bambini rimanessero impietriti ai loro posti, perché il termine, ricordando proprio la morte, incuteva una certa soggezione; la ripresa del gioco, che significava il ritorno alla normalità, era poi annunciata da un arivivis dichiarato dallo stesso bambino che aveva chiesto l’arimortis.

Queste espressioni hanno origini antichissime e interessanti.
Sono in relazione con il gioco dei dadi praticato nell’antica Roma, che prevedeva che il giocatore, prima di lanciare i dadi, dichiarasse l’inizio del gioco dicendo “alea vivis” (“dadi vivi”), seguito poi da “alea mortis” (“dadi morti”), quando il tiro era concluso, così che l’avversario potesse raccogliere i dadi e giocarli a sua volta.

Con il tempo queste locuzioni sono state contratte nelle forme alimortis e alivivis, diventate poi arimortis e arivivis, a significare rispettivamente la volontà di interrompere o riprendere il gioco.

Secondo un’altra interpretazione, arimortis deriverebbe da “arae mortis”, ossia gli “altari della morte”, che, all’epoca dei Romani, venivano eretti sui campi di battaglia per onorare i caduti, segnando così un momento di tregua, simile quindi alla sospensione del gioco chiesta dal bambino dicendo “arimortis”.

Varianti regionali
In alcune parti d’Italia, erano utilizzati, con lo stesso significato, i termini “mortis” e “vivis”, a volte solo “ari”.
Nella Brianza lecchese e nella bergamasca si usava “crucis”, a Brescia “animus”, a Mantova e nel veronese “aribus”, in Piemonte e Liguria “pugno” e “fuori-pugno”, a Torino “marsa”, nelle Marche “stick”, a Bari e provincia “aria”, nella penisola Sorrentina “tempo”.

In Toscana, principalmente a Prato e dintorni, era usato il termine “squisio”, sia per sospendere il gioco che per interromperlo quando era già avviato, per poter entrare a farne parte da protagonisti.

Il termine probabilmente deriva dallo spagnolo “juicio”, che si pronuncia “quisio” e che significa processo in tribunale. L’ipotesi è che poteva essere una invocazione imparata dalla popolazione durante il sacco di Prato del 1512, per chiedere “un processo” che interrompesse le atrocità commesse dai soldati spagnoli.

in Veneto, Friuli e Trentino, si diceva “bandus”, o la variante “bandius”, pronunciato spesso incrociando le dita. Fa riferimento al “bando” che era un avviso pubblico con contenuti diversi; tra essi c’era l’intimazione di una condanna all’esilio. Da qui ha assunto il significato di “mettere al bando”, proibire, eliminare, escludere; per il gioco permetteva al bambino di escludersi momentaneamente; la ripresa del gioco era segnalata gridando “fine bandus”.

Invece, quando si giocava a pallone in strada, la partita veniva interrotta al grido più semplice e inequivocabile di “macchina” che annunciava l’arrivo di un’auto. Per fortuna ce n’erano poche.

Riflessioni conclusive
Arimortis è una parola andata in pensione, sconosciuta a molti, fa parte dei ricordi d’infanzia per quelli di una certa età, che riescono a ritrovarla nelle pieghe della loro memoria.
Io l’ho riscoperta per caso ma con piacere, mentre facevo una ricerca sui termini medici dialettali (è il fenomeno della serendipity).

Arimortis, tutti fermi, pausa, era una bellissima regola, quando si giocava insieme, nelle piazzette e nelle strade durante le lunghe sere estive, calde e spensierate, profumate dagli l’odori delle stalle vicine e dell’erba tagliata con tanto sudore, con in sottofondo il frinire familiare delle cicale, che partecipavano alla leggerezza che caratterizzava le nostre estati.
Comunque nessuna nostalgia o rimpianto per quei tempi e atmosfere, anzi piuttosto un senso di gratitudine per averli vissuti e poterli ricordare; il mondo continua, è progredito, i giochi sono cambiati; adesso ci sono i videogiochi; anch’essi si possono mettere in pausa, ma è tutta un’altra storia. Si possono trovare anche documenti “scientifici” di esperti che hanno studiato ogni quanto tempo di gioco è meglio andare in pausa e quanto lunga dovrebbe essere la pausa stessa.

Arimortis era una possibilità fantastica, utile per prendere fiato e riordinare le idee, un’opportunità con il sapore di magia, perché aveva il potere di fermare il tempo, o meglio di avere un tempo sospeso.
Ne avremmo ancora tanto bisogno oggi quando siamo sopraffatti da impegni, scadenze, compiti, messaggi, telefonate.
Arimortis, poi si riprende.
Ne avremmo ancora tanto bisogno oggi per i conflitti in atto (Ucraina, Palestina), ma in questo caso dovrebbe essere un arimortis dalla durata infinita, senza un arivivis o con un arivivis che annunci la ripresa di un gioco nuovo, senza dolore, bombe, feriti e morti innocenti.

Dr Giorgio M. Baratelli
Chirurgo senologo
Direttore Unità di Senologia Ospedale di Gravedona (CO)
Membro Comitato Scientifico Accademia di Senologia “Umberto Veronesi”
Presidente LILT di Como

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